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Il Brigante Angiolillo

La Storia

<<Gran desiderio ognun tien di sapere di un tale Angiolillo le prodezze…>>

Con questi versi inizia il poema sul brigante Angiolillo, scritto da Pasquale Fortunato(1731-1813) di Rionero in Vulture, dal quale il filosofo e storico Benedetto Croce ha preso spunto ritenendo tale composizione una fonte attendibile <<per la tendenza critica che vi domina contro Angelo Duca; il che ci fornisce un utile riscontro colle altre narrazioni, che sono, invece, tutte elogiative>>. Prima di soffermarci sulla figura di Angiolillo, è opportuno fare una precisazione di carattere storico. Spesso gli studiosi che hanno scritto sul personaggio in questione l’hanno inquadrato nel fenomeno del brigantaggio utilizzando, però, questo termine in senso lato. In realtà, sarebbe meglio parlare di banditismo sociale, giacché storicamente il termine brigantaggio viene collegato nei primi anni dell’unità d’Italia e si manifesta in seguito al malcontento contadino per la leva obbligatoria e per l’usurpazione delle terre demaniali. Il brigante Angiolillo si inserisce in un contesto storico diverso e rientra in un fenomeno assai eterogeneo che pur presenta tanti elementi in comune con il brigantaggio meridionale postunitario. Nel ‘700 gli ingiusti soprusi degli aristocratici costringevano molti contadini a diventare “uomini di bosco”, cioè briganti, e il più delle volte si trattava di uomini desiderosi di far fortuna attraverso feroci assalti, furti e sevizie. Eppure tra questi “fuoriusciti” la storia narra di personaggi che, diventati briganti per circostanze particolari, si presentano come portatori di un modello di giustizia alternativo e vicino alla povera gente. Il brigante Angiolillo si inserisce tra queste figure eccezionali, tanto che un autore tedesco, Hans Mathes Merkel, ha dedicato spazio a questa figura di brigante gentiluomo in un’opera intitolata”Il buon diritto del brigante Angelo Duca”. Il nostro eroe nacque nel 1734 a San Gregorio Magno da povera gente e per più di quarant’anni la sua vita scivolò senza scossoni tra lavoro nei campi e pastorizia. Rispettato da tutti prechè cordiale, Angelo del Duca non ebbe mai problemi con la giustizia ed anzi vantava buoni rapporti con alcuni signori della zona. Ma un giorno la sua vita prese una svolta del tutto inattesa: da un banale sconfinamento del gregge nel prato di Francesco Caracciolo, duca di Martina, nasce il mito del brigante Angiolillo. Racconta così B.Croce:<<Angelo aveva affidato il gregge a un suo nipote, che lo menò abusivamente a pascolare sulle terre del duca di Martina. Il guardiano (feroce gente, al solito) colse sul fatto il ragazzo e lo battè aspramente. Angelo, ch’era poco lontano, accorse in difesa del nipote e sparò contro il guardiano, che stava a cavallo; il colpo ammazzò il cavallo>>. L’ira del duca di Martina fu tale da indurre il povero Angiolillo <<a tale disperazione e in tale tentazione da farne un brigante. Ai nostri tempi, la giustizia sarebbe intervenuta prontamente: Angelo, pel suo colpo di fucile, nel peggior caso,avrebbe avuto qualche mese di carcere, e tutto sarebbe finito lì. Ma, allora, era lasciato in preda all’arbitrio e vendetta d’un signore, che si reputava personalmente offeso; e intanto lemontagne del suo paese, selvagge e a lui note, gli offrivano uno scampo sicuro>>. Inizia così l’avventura del brigante Angiolillo e intorno alle sue imprese si costruisce la leggenda di un eroe popolare che ruba ai ricchi per dare ai poveri, difende l’onore delle donne, protegge i deboli dai soprusi dei signori. In un primo momento si aggregò alla banda di Tommaso Freda, ma dopo otto mesi decise di formarne una propria.Angiolillo prese questa decisione perché non accettava la crudeltà e la cattiveria che alcuni elementi della banda usavano nelle loro imprese:vittima di questo malcostume fu proprio il capo banda Freda che venne tradito da alcuni soci. Fondò, quindi, una propria banda composta da una ventina di uomini. Ne facevano parte: Costantino Rocco, soprannominato re di Balvano, il quale conosceva bene i sentieri di montagna; Peppe Russo di Buccino, il più crudele della banda;Gian Giacomo Barberio di San Gregorio Magno, chiamato Gianiaco ( o Giagnacovo); Giovanni Gallo di Monte Marano; due fratelli di soprannome Parapiglia, abili combattenti; Ciccio Zuccarino di Caposele, il “segretario” della banda. Angiolillo trasmise ai suoi soci il suo modo di fare e impediva ogni tipo di eccesso sia nella vita interna della banda, sia durante le imprese della stessa. Infatti, anche durante le scorrerie, il nostro brigante si volgeva con toni garbati e con umorismo per ottenere denaro e beni di valore; la refurtiva in buona parte veniva distribuita alla povera gente o anche in dote a fanciulle povere. E’ famoso un episodio avvenuto ad Ascoli Satriano in Puglia, dove Angiolillo, intervenuto ad una festa dal duca Sebastiano Ma rullo, chiese con sorriso un tributo agli invitati e con la somma raccolta organizzò un banchetto per i poveri e gli orfani. Questo gesto magnanimo è descritto anche dal poema di Pasquale Fortunato, i cui versi concludono il racconto dell’episodio dicendo che Angiolillo << calò poi abbasso, e a donne e a poverelli Un pranzo fece far di bei sapori, con dir:-se festa fa la signoria,pure alla povertà festa si dia!>> Da alcune vicende si evince, altresì, quanto avesse a cuore l’onore e la reputazione delle donne. Lo studioso tedesco Kurt Elwenspock raccontava, in una sua opera di inizio ‘900, che <<un giovine uomo di Muro Lucano aveva sedotto una giovine ragazza con la promessa di matrimonio, ma in seguito l’abbandono perfino schernandola. Angelo venuto a conoscenza della cosa, un giorno si presentò dal seduttore e lo costrinse, con pistola alla mano, a sposare la ragazza>>. In effetti, come ci ricorda Francesco Saverio Nitti nel saggio “Eroi e Briganti”, era vivo il desiderio di proteggere l’onore delle fanciulle dalle prepotenze di quei baroni che erano soliti abusare in modo indegno delle fanciulle. Il brigante Angiolillo, inoltre, invitava il popolo a manifestare i problemi e a questi cercava di dare una soluzione: per questo era ammirato da tutti e, ovunque andasse, la povera gente lo acclamava. Sulla sua divisa erano ricamate le seguenti lettere “A.D.R.C.” e significavano “Angelo Duca Reo di un Cavallo”, ma ben presto venne dato anche un ulteriore significato: “Angelo Duca Re della Campagna”. Il tradimento di Ciccio Zuccarino mise fine alla carriera del leggendario brigante. Un giorno Ciccio Zuccarino, in seguito ad uno schiaffo ricevuto da Peppe Russo per una lite scoppiata giocando a carte, chiese giustizia ad Angiolillo, ma al contrario ottenne da questi soltanto un rimprovero. La poca considerazione ricevuta in quella vicenda spinse Zuccarino a vendicare il torto subito e l’occasione per farlo si presentò quando Angiolillo e Peppe Russo decisero di rifugiarsi per qualche giorno nel convento dei cappuccini di Muro per curare alcune ferite. Lì vennero sorpresi dal tenente Quintana che si era diretto sul posto con i suoi fucilieri grazie al tradimento di Zuccarino. Due briganti vennero catturati e Angiolillo venne impiccato il 26 Aprile 1784 in p.zza Portanova a Salerno senza nemmeno una parvenza di processo. A rendere più atroce la fine del nostro eroe si aggiunse la deprecabile idea di tagliare il corpo in vari pezzi che vennero esposti nei luoghi che avevano segnato i maggiori trionfi della banda di Angelo del Duca. Con il passare degli anni è rimasto l’eco delle memorabili gesta di angiolillo e il mito del brigante gentiluomo si è tramandato di generazioni in generazioni, a volte mescolando leggende e fatti realmente accaduti. Concludiamo questa analisi colle sagge parole di Benedetto Croce: << Angiolillo era un brigante di buona pasta, coraggioso, ingegnoso, e di una certa elevatezza d’animo; le sue vicende, ingrandite dalla fama, trasfigurate dalla fantasia, furono seguite con quel palpito, col quale si seguono le avventure di un simpatico eroe da romanza. Ma esagerano coloro che nell’opera d’Angiolillo vogliono vedere quasi l’esplicamento d’un programma, una ribellione o una protesta contro la ingiustizia sociale. Le sue doti d’intelletto e d’animo non erano tali da farne il capo di un movimento sociale….. Della banda d’Angiolillo, i resti furono distrutti dopo poco più di un anno….. era conosciuta col nome di Banda dei Compagni d’Angiolillo, ed è da credere, che, spento quello uomo straordinario, diventasse un banda delle solite, coi soliti eccessi, e senza quel carattere ideale che vi aveva impresso il suo primo capo. >>

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